Il giardino dell’Eden è un meleto

Quest’anno la Fondazione Benetton Studi Ricerche ha scelto di dedicare la campagna di studio e di attenzioni della XXVII edizione del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino ai meleti più antichi della terra, quelli del Tien Shan, in Kazakistan

#lepaginedelvino -#specialebio - All’origine del Premio la volontà di fare cultura e diffondere conoscenza  sul governo del paesaggio e la cura dei luoghi: un’occasione concreta per avvicinare tutti noi, al di là dei confini delle ristrette comunità di specialisti, al lavoro intellettuale e manuale necessario per governare le modificazioni dei luoghi, per salvaguardare e valorizzare i patrimoni autentici di natura e di memoria.

Ma perché proprio un antichissimo meleto? La mela è da sempre simbolo di conoscenza e, al tempo stesso, in un gioco sottile di contaminazioni concettuali, anche tentazione.

Il frutto simbolo della conoscenza oggi, alle nostre latitudini, viene coltivato con metodi intensivi e ricorrendo alla tecnica dell’innesto e ai fitofarmaci che, dal dopoguerra, hanno modificato e stravolto il paesaggio,  dando vita a nuove specie non autoctone, spesso poco resistenti e lontane dalla nostra tradizione.

Come ritrovare allora le origini, le radici del frutto della conoscenza? Come preservarle?Nell’Asia centrale, sparsi lungo il versante settentrionale della catena montuosa del Tien Shan, rimangono frammenti dell’immensa e antica foresta che milioni di anni fa, nel Terziario, faceva crescere al suo interno decine di specie che sono all’origine dei frutti che accompagnano la storia dell’uomo.

Dall’ovest della Cina, attraverso il nord di Kirghizistan e Uz­bekistan, fino al sud del Kazakistan, predominano in questi luoghi i meli selvatici, con un’evidenza tale nel paesaggio da dare il nome all’antica capitale del Kazakistan, Almaty, cioè luogo delle mele. A questo sistema di foreste e ai molti temi posti da questi luoghi e dalla fragile condizione che essi condividono con le attività e la cultura dell’uomo, testimonianza preziosa di biodiversità culturale, è dedicato il Premio.

I più antichi precursori del melo vi arrivarono probabilmente con semi trasportati da uccelli in volo dalla Cina, portandovi una variabilità che la diversità ambientale del Tien Shan ha a sua volta incrementato, mostrando ancora oggi, nonostante millenni di disboscamenti e incendi, soprattutto per dare spazio all’agricoltura, una straordinaria biodiversità, espressa da forme, dimensioni, sapori, colori, altezze e portamenti degli alberi: un giacimento genetico di interesse incommensurabile, che nessuna forma di biotecnologia può avvicinare.

Il melo selvatico del Kazakistan ha un nome: Malus sieversii, dal botanico Johann Sievers, che per primo lo descrisse, alla fine del xviii secolo. Tra montagne che raggiungono i 7.000 metri, profonde valli, altipiani e versanti variamente esposti con climi estremi per temperature e umidità, la diversità rappresentata da questo frutto si manifesta con caratteri propri secondo le regioni interessate.

Nella regione più a nord, nel massiccio del Tarbagatai, forma nuclei composti da dieci a duecento alberi, anche su ripidi pendii, fino a toccare le nevi eterne. Nel Djungarsky il melo selvatico è l’albero dominante di foreste ampie, con esemplari di età e di altezza smisurate: fino a 30 metri e a trecentocinquanta anni.

Nell’Axou Diabagly, alla frontiera con il Kirghizistan, gli alberi, in posizione solitaria o in piccoli boschetti, mostrano particolare resistenza alle malattie e alla siccità, anche estrema. Foreste, queste tre, che hanno subito grandi tagli, ma mai come nello Zaliskii, la porzione delle Montagne Celesti più vicina alla città di Almaty, dove i boschi si sono ridotti, in epoca sovietica, anche dell’ottanta per cento.

Queste sono le foreste che più hanno destato l’attenzione di Aymak Djangaliev (1913-2009), che tra il 1930 e il 1990 si è dedicato per primo allo studio della popolazione kazaka di Malus sieversii e alla sua salvaguardia. Dal 2010 l’associazione Alma – per opera soprattutto di Catherine Peix e Tatiana Salova, vedova dello scienziato – è impegnata per sensibilizzare il governo locale e la comunità internazionale, per diffondere la conoscenza e preservare le foreste dei meli selvatici e la memoria di Aymak Djangaliev.

La campagna di attenzioni del Premio Carlo prevede a Treviso, nella sede della Fondazione Benetton Studi Ricerche, la conferenza stampa del 12 maggio e le giornate pubbliche di ve­nerdì 13 e sabato 14 maggio, con l’inaugurazione di un’esposizione, un seminario pubblico e la pubblicazione di un dossier dedicati a Le foreste dei meli selvatici del Tien Shan.

Infine avrà luogo, presso il Teatro Comunale della città, la cerimonia di consegna ai responsabili del luogo del sigillo disegnato da Carlo Scarpa (1906-1978), l’inventore di giardini che dà il nome al Premio. La campagna proseguirà con altre iniziative pubbliche, anche a carattere internazionale, nel corso dell’anno, in particolare ad Almaty, antica capitale del Kazakistan. @RCeudek

I commenti sono chiusi