Come è dolce naufragare nell’ambrosia del BibendaDay

Inizia qui e così, con un piccolo trattato sul Bibenda Day 2016, l’avventura diGusto di @Criwine. Buttato allo sbaraglio nel dolce naufragare nel contesto del massimo del vino italiano. Una sinfonia cantata da grandi esperti, i Maestri della Fondazione Italiana Sommelier, in passerella a Roma. Che lo hanno contagiato. Tanto che dallo sbaraglio è nata questa Ode. L’ode al buon vino. E a te, non resta che seguirlo. Senza freni, senza regole. Lasciandoti guidare dal suo magico sesto senso.

#lepaginedelvino - Siamo un puntino nell’Universo. Questa riflessione profondamente filosofica si è impossessata di me non appena la prima batteria del Bibenda Day 2016, dedicata ai Grandi Spumanti Italiani, ha preso inizio. Sono bastate dieci parole del relatore per mettere a nudo il mio niente in fatto di vini. Io, che a cena magari mi facevo bello con gli amici discettando di perlage, aromi e colori della sacra bevanda, ho scoperto il mio assai limitato mondo e quindi, come un bambino davanti a un giocattolo sconosciuto, mi sono lasciato affascinare da un viaggio affabulatorio e coinvolgente, mettendo a disposizione la mia ignoranza a chi mi ha guidato nel paradiso dell’enologia d’élite.

Del resto, quando parti con un Prosecco Primo Franco del 1992, il resto non potrà che avvicinarti al cielo: solo che io, anziché tastare, l’ho presa subito larga, e il primo bicchiere l’ho fulminato in qualche secondo.

Ecco, non è così che funziona, e non soltanto perché il sommelier doveva ancora illustrare tutte le caratteristiche del vino: avanti di quel passo, altroché 25 degustazioni, avrei cominciato a cantare note stonate al terzo calice.  Quindi, tra le altre cose, la serata romana mi ha insegnato come portare a termine con successo la valutazione di 25 gioielli provando a ricordarne ogni sfumatura senza farmi annebbiare il cervello.

E così sono rimasto folgorato dal Trebbiano d’Abruzzo 2010 di Valentini, che odora di idrocarburi e poi si libera tra spezie e frutti bianchi. E come dimenticare il Barolo di Giacosa, che ti resta nel palato per un tempo infinito, o ancora il Flaccianello della Pieve 1999 con la sua nobiltà sapida tutta toscana, per finire con un paio di nettari dell’Etna caldi e avvolgenti come la roccia da cui fioriscono.

Un pianeta tutto nuovo, fantastico, da navigare con la gioia del primo appuntamento. Resto ignorante, ignorantissimo: grazie di cuore a Bibenda per avermelo ricordato, confortandomi con l’ambrosia degli dei. @Criwine

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