#antropologiadelvino e degli spirits – Ecco la storia del Gin, è intrisa Dello spirito multiculturale di Londra. La storia del Gin, di Orwell, dei fratelli Grimm e dell’italiano Basile per raccontarvi un distillato da leggenda. un approfondimento Di Massimiliano Verdino
«… non c’era cibo in cucina tranne un tozzo di pane nero da tenere in serbo per la colazione del giorno dopo. Prese da uno scaffale una bottiglia di liquido incolore con una disadorna etichetta bianca che diceva GIN VITTORIA… Winston riempì quasi per intero una tazza da tè, si preparò alla botta e tracannò facendo conto che fosse una medicina».
Proprio visitando la distilleria Beefeater a Londra e ammirando le immagini d’epoca che stanno lì a testimoniare la storia della fabbrica di gin londinese tra le più antiche del mondo, mi rivengono in mente le parole di George Orwell, allorché, nel suo famosissimo romanzo 1984, introduce il tema del gin come distillato taumaturgico, tema che sarà presente nell’intero romanzo. In questo libro, l’ambientazione è quella di una Londra buia, governata da un regime invisibile che utilizzava il distillato più usato come strumento di controllo sulle menti.
Nelle fotografie che arredano lo stabilimento Beefeater che sto visitando tutto rimanda a quel contesto. Un segno che il fondatore, il farmacista James Burrough, ha voluto legare fortemente l’identità del suo prodotto con la città londinese, seppur rievocando quel buio 1863, l’epoca durante la quale acquistò per 400 pounds la distilleria Chelsea, che sarebbe diventata, la casa del gin Beefeater. Il quartiere dove sorge questo bellissimo edificio edoardiano è molto diverso dalla Millenium London che viene venduta oggi: Kennington si presenta popolare, proletaria, nel senso dei film di Ken Loach per intenderci, lontano quasi un’ora di bus da Kensington High Street, in un viaggio che sembra un piano sequenza cinematografico che dai quartieri chic ti porta dove vissero un tempo Bob Marley e Charlie Chaplin.
È bella l’atmosfera che ti conduce dove il gin viene ancora prodotto a mano in quei 9 alambicchi vittoriani originali che appeni entri l’afrore che emanano ti spezza il respiro tanto forte è l’odore del ginepro. E di tutte le altrettante botaniche che vengono aggiunte nella ricetta originale del XIX secolo di Burrough.
È la ricetta del London Dry Gin, oggi supervisionata da Desmond Payne, uno dei più importanti mastri distillatori del mondo. Durante la degustazione le caratteristiche di profumi agrumati e il carattere deciso di ginepro bilanciato le riconosci subito. Per un antropologo degli spiriti come il sottoscritto è una meraviglia questa conferma olfattiva e di gusto: è più antropologia sensoriale che culturale.
Il gin che assaggio per primo, il London Dry Gin, è straordinariamente profondo, integro, pensando ai grani di ginepro, che avevo annusato prima ad occhi chiusi, come mi ha insegnato Patrizia Dal Toso durante la degustazione del suo Kranebet di Rossi d’Asiago. Perché è bene non dimenticare che un protogin nasce proprio in Italia, intorno al 1600, terra dove il ginepro cresce spontaneamente protetto dalla Rosaspina: furono i monaci del Giardino Botanico dei Semplici di Salerno a condurre i primi esperimenti con alcol e coccole di ginepro per ottenere una bevanda cosidetta ludica, con lo scopo di trasmettere le proprietà farmacologiche del ginepro conosciute fin dall’antichità.
La filologia ci da conferma della trasmissione di questi antichi saperi anche attraverso le narrazioni favolistiche: il suo ruolo è sempre di protezione. Nella mitologia assiro-babilonese veniva considerata la pianta sacra di Istar in Siria, nelle Argonautiche di Apollonio è il tramite che immobilizza il nemico, è il mezzo con cui Medea addormenta il Drago. Può anche essere considerato un bene della cultura materiale: letto da una prospettiva antropologica quando è usato come rimedio nella medicina egizia; elemento rituale delle celebrazioni funebri, considerato una pianta di confine, divinatoria, porta di passaggio tra il mondo magico di elfi e giganti e l’altro mondo rifugio delle anime dei morti. Basti pensare come i rimandi al mondo naturale sono riportati nella tradizione favolistica più riconosciuta: Rosaspina, una delle fiabe più famose dei Fratelli Grimm, prende il titolo proprio da quella pianta che è il rifugio del ginepro, quella siepe che lo protegge, circondandolo.
Gli studiosi di linguistica trovano delle fortissime analogie con i nuclei narrativi del favolista Giambattista Basile di Napoli che a cavallo del 1600 scrisse Lo Cunto de li Cunti, una raccolta di 50 fiabe che conteneva Talia, la fiaba che ispirò Rosaspina dei Grimm.
Tutto torna. Proprio in quegli anni iniziavano i primi esperimenti botanici dei frati salernitani, le cui formulazioni furono modificate in Olanda dal medico Della Boe verso la metà del Seicento. In quegli anni di grandi viaggi e grandi scoperte insieme ai bottini coloniali anche le malattie sconosciute venivano riportate dalla Compagnia delle Indie Orientali: le misteriose febbri orientali ben presto si diffusero in tutto il Nord Europa e che, proprio con il distillato di ginepro, si tentò di arginare la forte virulenza.
Dall’Olanda all’Inghilterra il passaggio del Gin fu velocissimo: a Londra raggiunse il massimo della diffusione quando Re Guglielmo III d’Orange vietò l’importazione di distillati stranieri, promuovendo l’uso delle eccedenze di cereali per la produzione di alcool da destinare alle distillerie di gin. La produzione divenne un fatto politico, che ispirò anche il romanzo di Orwell, incipit di questo racconto, quando addirittura si arrivò a utilizzare tale bevanda come bonus salariale da destinare agli operai. Le conseguenze sociali furono disastrose: l’aumento del tasso di alcolismo nel sottoproletariato divenne incontrollabile fino a costringere il governo inglese a porvi rimedio con le famose Gin Acts.
Tutto ciò nel museo di Beefeater viene riassunto sia testualmente che iconograficamente in maniera egregia, soprattutto il modo con il quale vennero superate le conseguenze di un uso smodato del gin assoluto.
Nella degustazione viene data la giusta importanza, soprattutto culturale, per avvicinarsi in modo consapevole al distillato in purezza, che avviene solo dopo aver visitato il museo e conosciuto la storia e non da ultimo ammirato i fantastici alambicchi di rame. Altra atmosfera, molto conviviale e ben preparata, si respira nel bar dove invece a sorpresa ci viene offerto un buonissimo Gin Tonic.
Gli ingredienti di questo cocktail, famoso in tutto il mondo e risalente all’epoca coloniale, sono semplici, e racchiudono un progetto insieme politico e farmacologico, il tentativo di ammorbidire gli effetti del gin assoluto, con una bevanda più ludica. Per il motivo farmacologico dobbiamo risalire all’epoca coloniale di nuovo, quando i soldati inglesi, che, sapendo bene che l’Indian Tonic Water conteneva il terapeutico chinino, lo bevevano per difendersi dall’arsura e dalle malattie tropicali come la malaria. Per rendere il consumo più piacevole, e smorzare il sapore amaro, i soldati unirono l’acqua tonica al loro distillato principe, il gin appunto, trasportato via nave in tutte le colonie.
Nacque così il Gin Tonic: aperitivo per eccellenza nel mondo anglosassone e celebre in tutto il mondo. Finalmente oggi questo cocktail, che si porta dietro una storia molto complessa che ho tentato di decifrare, evoca e rappresenta finalmente, come una liberazione, atmosfere festose, ludiche, sia per le torride estati che per i freddi invernali. Un cocktail quattrostagioni con il quale concludo questo racconto dal bar di Beefeater nel quartiere Kennington di Londra, dove amabilmente sto condividendo questa magnifica esperienza con dei commensali che arrivano da tutto il mondo, con l’auspicio che questi moderni convivi culturali inaugurino, finalmente, un nuovo e duraturo periodo di pace.











