#antropologiadelvino e della birra!Alessio, uno dei tre fondatori del God Save The Beer, il Beershop di Roseto degli Abruzzi, me lo aveva detto: “se ti piacciono le Keller, devi andare in Franconia, dalle parti di Norimberga. Io ci sono andato in camper, in pellegrinaggio: ogni 50 metri ci sono birrifici familiari che tramandano la tradizione di questa birra unica al mondo. Oppure, intanto, fatti il FrankenBierFest di Roma, una tre giorni dedicata alla birra francona, con i produttori che, per l’occasione, portano direttamente le botti di birra dalla Germania” Di Massimiliano Verdino
E’ un’occasione buona per ritornare nella città natìa! Giusto il tempo di lasciare le valigie in albergo, da turista camuffato, che ci dirigiamo a Villa Torlonia, quartiere Nomentano: una villa con tanta storia, e una meravigliosa limonaia, luogo dove si sta svolgendo il Franken, ottava edizione. Tutto intorno è un brulicare di individui etnicamente inconfondibili, che arrivano da ogni parte d’Italia e d’Europa: sono il popolo del rugby, dei concerti rock, degli happening più belli. Clima molto rilassato, facce sorridenti, tanti tatuaggi: belle ragazze e ragazzi, che non hanno la paranoia di essere magre e giovani per forza. Anzi, si viene qui per celebrare uno stile di vita free-style: aggregazione, natura, divertirsi insomma, se capita. E tanta, tanta birra, la mejo. Sessantasette birre diverse, da non credere! Keller, Rauch, l’affumicata Vollbier, Dunkel, Pils e tante altre.
Ci sono anche alcune piccole sperimentazioni che arrivano dalla nuova generazione dei birrai Franconi, attraverso un viaggio geografico e degustativo, che parte da Bamberga e arriva fino ai villaggi più remoti dell’Alta Franconia. E’ l’Oberfranken, un distretto autonomo della Germania, che vanta almeno 200 piccoli produttori: una densità incredibile di birrifici, tutti a conduzione familiare, con una limitatissima produzione quasi tutta destinata agli abitanti dei piccoli e pittoreschi villaggi più remoti. Gli impianti di produzione sono tutti più che centenari e la tradizione vuole che la birra venga servita direttamente dalla botte, salvaguardando la maturazione e la lagerizzazione delle kellerbier, avvenuta nella grotte dei villaggi di montagna. Insomma una cultura brassicola ancora tutta da scoprire, almeno per il sottoscritto, che, come la tradizione degli studi antropologici impone, appena si sentono concetti come tradizione, identità, rispetto del territorio e cultura familiare, ricerca, diviene imperativa l’attivazione dell’indagine etnografica.
Quello di Roma non è un Festival, ma una Festa, un momento di interruzione della quotidianità, con una liturgia ben precisa, dinamiche alternative a quelle della vita di tutti i giorni. Fortunatamente. Nessuna competizione. Solo aggregazione, socializzazione e pace. Purtroppo le cronache dell’attualità ci ricordano che non è la normalità, ma a furia di frequentare persone rilassate, educate e senza stress, magari ci si abitua di nuovo a stare in pace. La proposta degli organizzatori ha un telos preciso: sollecitare la curiosità e trovare una scusa per andare ad approfondire sul campo l’indagine, direttamente sul posto.
Come? Assaggiando le produzioni brassicole offerte qui a Roma, dopo un accurata selezione e un attento trasporto. Questa apparente follia è opera di quelli del “ma che siete venuti a fà” pub trasteverino, che è ormai una istituzione. Certo da una analisi grammaticale emerge un “siete” poco romanesco, ma l’etimologia è sicuramente da ultrà di calcio. Il sito istituzionale del pub mi da la conferma: football-pub.com. Il nome del pub, “ma che siete venuti a fà, è un famoso coro da stadio calcistico che viene intonato quando il risultato vede la squadra ospite soccombere senza speranze. Sono più di vent’anni ormai che ogni giorno si possono degustare la bellezza di 16 birre alla spina, frutto di una costante ricerca per una selezione migliore di birre nazionale ed estere.
Viene definito da alcuni, il tempio sacro della birra artigianale a Roma, un buco di pochi metri quadri, proprio davanti alla Birreria Trilussa, sempre pieno di assetati. Birra, chiacchiericcio e cazzeggio facile. Sembra esserci tutto! Fondatore del Pub e anche dell’evento è Manuele Colonna: cognome importante da portare a Roma, una delle più antiche famiglie patrizie romane a partire dal Medioevo. Papa Martino V eletto a Costanza (guarda caso) nel 1411, era un Colonna, per dire, di nome Ottone, altro indizio tedesco. Il sangue di Manuele contiene tracce di “germanica gente”, recitano le Memorie Colonnesi, edizione del 1855 curata da un certo Coppi. Evidentemente il dna materno, emerge sotto mentite spoglie e la spinta a ritroso sulle tracce identitarie, lo ha portato a risalire la Germania oltre la Baviera, con il pretesto di scoprire nuove birre. In Franconia.
Il “Macchè” è stato ideato insieme a Fabio Zaniol, amico e fondatore del pub insieme a Manuele sin dalla prima ora: quando ancora girovagavano per le capitali del luppolo del Nord Europa e tornavano con le macchine piene di birra da far scoprire agli avventori del pub in Via Benedetta a Trastevere. Durante uno di questi viaggi è nata l’idea di redigere una guida, Birra in Franconia, che ha avuto un grande successo. Gli itinerari e le atmosfere narrate in questo diario di viaggio hanno generato un processo di identificazione che ha visto gran parte dei discepoli, presenti oggi qui a Villa Torlonia, contribuire a compiere. In questa guida Manuele dichiara: “qua non si beve largamente la birra, qua si beve più che largamente UNA birra: quella locale e basta. Ogni villaggio una birra, una famiglia che la produce e la serve, una storia da raccontare, clienti che per generazioni sono seduti allo stesso tavolo: non c’è altro posto al mondo simile”. La dichiarazione d’intenti la ritrovo nei gesti degli spillatori qui al Franken Bier Fest, tra i quali anche Manuele.
Ognuno ha la sua birra da servire, a volte direttamente dalla botte. E’ un rituale preciso, che si ripete da 8 anni, sempre uguale, quasi a voler emulare quanto fanno in Franconia da centinaia d’anni. Villa Torlonia, non è casuale, un piccolo villaggio al centro di Roma, sembra di essere fuori dal tempo, come una festa comanda, etimologicamente. Tra le varie spillatrici si distingue una donna. Piccolina, molto concentrata, a volte sorridente. La stavo cercando da un po’, la Baronessa. Mi ha aiutato a trovarla, Mohamed, uno di quei nuovi giovanissimi romani con genitori bangladesci, che distribuiscono i Bretzel e che ti parlano un dialetto romanesco bellissimo da sentire. La trovo mentre spilla: l’avevo già fotografata qualche birra fa. La Baronessa della Birra. Martina Marchi, l’unica donna nella batteria di uomini spillatori. La sua presenza aulica, aggiunge un tocco di leggerezza; rassicura, qualora servisse, le numerose donne presenti che sono nel posto giusto e sicuramente mette in guardia il maschio da eventuali derive rissesche…
Per dire: ce n’è uno di questi maschiacci che appena punto la fotocamera mi risponde imbruttito con il dito medio. Fa nulla, cestino la foto. Il potere dell’immagine e l’immagine al potere bellezza. Preferisco insistere con la Baronessa che appena si sente chiamare, mentre sta spillando, alla vista della fotocamera mi regala questo bellissimo sorriso. Beer Tender si definisce su Instagram. Così voglio concludere la mia visita a questa festa: leggerezza, fantasia, brio e sostanza.
Sembra quasi che stia parlando di una birra e, forse, è proprio così!










