VIVA LA VITE! UNA BELLA STORIA

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#antropologiadelvino – Viva la Vite è veramente una bella storia! Vedere per credere. Una iniziativa che ormai è radicata da 7 anni nella città di Pescara e che, da quest’anno, si terrà anche a Napoli. Ormai ce ne sono diverse di fiere enologiche in tutto il mondo: questa è però solo per vini naturali. Testo e foto di Massimiliano Verdino

Antropologicamente parlando suona strano rimanere folgorati sulla via del vino … naturale. Lo sappiamo, non può esistere il vino in natura! Esiste la vite ed esiste la mano dell’uomo. Evviva la vite allora: andiamo a incontrare questi pionieri che hanno scelto una location unica e piena di storie. Nientemeno che l’ex distilleria Aurum, un edificio che è l’espansione del Kursaal, l’elegante fabbricato concepito dall’architetto Liberi, genero di D’Annunzio, ispirato alle case di cure di origine tedesca, le Kurhaus, che da inizio 1800 prenderanno piede in tutta Europa. Saranno terme, luoghi per la salute, per il divertimento.

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Il progetto architettonico pescarese è del 1910 e si rifà all’estetica liberty di quel periodo. Qui si insedierà la produzione del famoso Aurum, liquore pescarese che prende il nome latino da un presunto liquore di origine romana: il termine è la contrazione delle parole auro e aurantium, oro e arancio. Infatti il distillato è un liquore di 40° a base brandy con infuso di arancio, prodotto a partire dal 1925, oggi di proprietà di Ilva Saronno. L’ex distilleria si insedia in quel Kursaal che subirà un ampliamento architettonico a ferro di cavallo proprio per le nuove necessità produttive. Dopo l’abbandono della fabbrica nel 1972 e le varie peripezie che lo hanno accompagnato, ha sfiorato addirittura l’abbattimento.

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La fabbrica che distilla idee

Con una visione invidiabile  l’amministrazione comunale ha avviato e concluso il restauro e ora vi sorge, la Fabbrica delle Idee: un centro di convegni, luogo aperto alla cultura in tutte le sue sfaccettature. E’ un posto molto suggestivo, pieno di luce, adiacente alla bellissima pineta dannunziana che conduce direttamente al mare. Io, che vivo a Roseto degli Abruzzi, arrivo comodamente con un treno regionale nuovissimo, in venti minuti, puntuale e pulito.

L’atmosfera ai miei occhi è un po’ sotto tono: l’area degli stand è ancora in allestimento. Strano perché è già il secondo giorno di fiera. Il motivo è che si sta tenendo un convegno sul come esportare questi prodotti veramente di nicchia, i vini naturali. Intanto, nell’attesa che la fiera si animi e visto che siamo in zona stadio Adriatico, con Katia (compagna di vita, assistente, photo-editor e tanto altro…) vado a fare un giro al mercato settimanale, alla ricerca di una base per assorbire gli assaggi che verranno.

Dopo aver percorso tutto il perimetro dello stadio tra una bancarella e l’altra finalmente scoviamo il furgoncino di Genobile: un panino con la porchetta abruzzese, cotta al mattone, semplicemente sublime. Racconta una storia di cinque generazioni che, a partire dal 1885, allevano la loro materia prima sotto le pendici della Maiella. È tempo di rientrare al Kursaal.

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Produttori di sogni

Appena entrati troviamo tutto un altro clima: fermento allo stato puro; al diavolo l’export, sembrano dire i vignaioli indipendenti, tirando fuori le loro bottiglie, stappandole e dando inizio alle preziose degustazioni. È una fiera per pochi eletti: sembra il risultato di un progetto eugenetico di selezione antropometrica. Ogni faccia ha una fisiognomica che dice tanto. Sono produttori di sogni. Espressioni sofferte, ma rilassate. Sono arrivati da tutta Italia: Savorgnano del Torre, Ripa, Fauglia, Rovescala, San Marzano Oliveto, alcuni in treno, che non hanno potuto portare nemmeno qualche bottiglia da vendere. Poesia pura. Sono località sparute del Friuli, del Piemonte, della Toscana, dell’Oltrepo Pavese, dell’Umbria. Sara&Sara da Povoletto, producono vini organici friulani.

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Assaggio subito il Tocai, pardon, il friulano ancestrale: annuso e faccio un salto indietro di cinquant’anni, quando mio padre mi faceva passare pomeriggi interi per comprare il vino sfuso da Giannino, sulla strada consolare romana che conduce ai Castelli Romani. Le sensazioni al palato sono ben diverse dai vini convenzionali: acidità spiccata, profumi freschi, lunghe persistenze. Veramente sorprendente questo Friulano.

VERDINO 8646 jpgPoi con Alessandro iniziamo a parlare di dove si trova precisamente la sua vigna, perché sinceramente Savorgnano mi dice poco: sui Colli Orientali mi viene suggerito. Emerge dai ricordi subito l’amico Damiano Job. Ricordate il viticultore eroico di Tarcento che ho raccontato su queste pagine (link alla sua bella storia)?

È un’altalena di emozioni perché, non credendo alle mie orecchie, mi viene detto che Damiano è venuto a mancare lo scorso giugno, per una stupida puntura di insetto. Che assurda che è la vita. Un ragazzone pieno di vita e di passione per la sua terra, che ci lascia per cause, si può dire, naturali. Non dimenticherò mai la sua generosità, il pomeriggio passato insieme su e giù nella vigna che gli è stata fatale, a Collina di Coia. Lascia una giovane moglie, Tatiana, con la responsabilità della azienda agricola, che comprende anche una bellissima frasca, insieme al piccolo Job di quattro anni, la mamma Oliva proprietaria dei terreni e il papà Renzo, commesso viaggiatore che ci donò speciali sott’aceti. È stata con lui e la sua bella famiglia una esperienza indimenticabile: mi rimane il ricordo dell’assaggio di Refosco direttamente dalla botte, il pezzo su lepaginedelvino.it e qualche bella fotografia che, con Katia, decidiamo di spedire subito alla moglie. Mi ritrovo a cercare in queste facce di Viva la Vite una risposta intelligibile che non può esistere. Riposa in pace amico, la tua terra ti sarà di certo lieve.

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Il nostro giro continua intorno alla sala elicoidale luminosissima: sono attratto dalle etichette delle bottiglie, tutte molto ricercate, dall’abbigliamento particolare dei vignaioli, dagli sguardi attenti. È tutto un vociare, le parole chiave che ritornano: naturale, terra, attesa, biodinamico, solo solfiti naturali, lieviti indigeni, cavalli di razza Comtois?

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E che c’entrano i cavalli?

C’entrano tanto, scoprirò, in un progetto bio-dinamico in Toscana. Mi colpisce come il punctum di Roland Barthes il viso antico, etrusco di Ilaria, la ragazza venuta da Fauglia a raccontare i vini della azienda agricola pisana Gli Archi. Fascino mediterraneo, occhi neri, espressione molto rilassata. Mi racconta la loro storia, mentre sorseggio un super Sangiovese che hanno chiamato Chiara, dal nome di una delle figlie dei vignaioli, ognuna associata ad una bottiglia. E che storia! Con un inedito ritorno ad una agricoltura neolitica, a una proto-agricoltura direi, questi esploratori moderni prendono una decisione che è un vero e proprio coupe de theatre: abbandonano del tutto i trattori e si affidano a una quadriglia di cavalli Comtois. Sono Urganio, Galant, Jamaique e Jiulienne. Cavalli eredi di un progetto partito dal Medioevo in Germania: cavallo da guerra allora cavallo da tiro oggi. È forte e volenteroso, piedi solidissimi, molto adatti ai sentieri ripidi e impervi. A gli Archi lo usano in alternativa al trattore, perché la sua azione all’interno della vigna non compatta il terreno e inoltre lo rende più fertile con le sue deiezioni. Ma soprattutto rende i vignaioli pisani indipendenti dal capitale necessario per acquistare macchinari con tutte le conseguenze del caso: prestiti, mutui, subalternità alle banche. Con una scelta coraggiosa si sono riappropriati, in età capitalistica, del modo di produzione tradizionale. Con il passar del tempo cresce la consapevolezza di aver compiuto una rivoluzione, come quella neolitica: ora i tempi di lavoro li decide di nuovo la natura, i suoi ritmi sono determinati dal clima e anche un po’ dalla buona disposizione o meno dei quattro cavalli.

È un progetto di valorizzazione del terreno e dei vini, che va a beneficio sia del suolo che del prodotto vitivinicolo. Il risultato possiamo a ragione chiamarlo vino naturale, adesso si. Inoltre in questo agriturismo vengono offerti anche Wine Tour su una carrozza trainata dai cavalli con visite alle vigne, alla barricaia e degustazione finale.

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Un ultimo assaggio: in Oltrepò Pavese

Qui a Viva la Vite sono veramente molte le sollecitazioni, tante quante le cantine presenti. Come al solito però non posso assaggiare troppo: in primis perché non sono un assaggiatore professionista e non sopporto sputare il vino e poi devo anche fotografare, sennò su lepaginedelvino.it come faccio a spiegare ciò che a parole è irriducibile?

Mi sono permesso un ultimo assaggio, quello che si rivelerà giusto: degusto un vino della tenuta Fornace di Rovescala, nell’Oltrepo Pavese. Ci accolgono le figlie del titolare, Andrea Rossi, che al momento si trova in un altra fiera vitivinicola. Alla domanda che cos’è il vino naturale ci rispondono prontamente con le parole del papà: è energia allo stato puro, dove nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto, meravigliosamente, si trasforma. Ve lo avevo detto che qui si respira pura poesia!

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A esser sincero, sono stato attratto dalle etichette, che come dico sempre sono dei veri e propri progetti di comunicazione, quando sono ben fatte come queste: a dire il vero tutte le cantine hanno un identità visiva ben definita e che sintetizza la loro storia. Assaggiamo il Timorasso in purezza ed è subito amore: Gocce di Luce è stato chiamato, perché le uve al momento della raccolta hanno un colore dorato. Quattordici gradi che nemmeno un vino rosso. Acido, dolce e minerale, un equilibrio perfetto, che riflette il lunghissimo percorso in profondità che le radici devono percorrere per raggiungere la falda sotto la marna. Il risultato è tutto nel bouquet finale: ci restituisce tutto il ventaglio di minerali incontrati lungo il percorso compiuto dalle radici della vite. L’etichetta scelta è un disegno della manina di Alice, una delle figlie del titolare, perché rappresenta la parte più operosa del nostro corpo, metafora tangibile dell’enorme lavorio che fanno radici alla ricerca dei nutrienti, nelle profondità del terreno. Scusate se concludo questo racconto in maniera un po’ brusca ma con la promessa che i tanti biglietti da visita che ho in tasca diventeranno altrettante storie, dopo aver visitato e fotografato le aziende sparse un po’ in tutta Italia.

 

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